sabato 4 ottobre 2025

    LA CASTA NOTTE CON LA HOSTESS

Era un volo Air France da Miami a Parigi, la sera in aereo ci avevano offerto la cena e, da bere, alla bellissima hostess che ci serviva avevo chiesto del vino, mi ha portato una bottiglietta di delizioso vino Merlot francese che avevo gustato con piacere.
  In volo dopo cena, cercai di guardare sul monitor davanti a me un film, ma ero distratto, pensavo al Merlot che avevo gustato con piacere ma soprattutto alla bellissima hostess cinquantenne che con un sorriso me lo aveva servito. Mi alzai dal sedile, ero al lato corridoio di quel 747, scelgo sempre quei posti perchè amo passeggiare lungo i corridoi di quel grande aereo, passai davanti al posto dove servono bevande durante i voli y, notai che c'era la mia famosa hostess, mi fece un sorriso e mi chiese se desideravo qualcosa, le dissi che mi era piaciuto il suo vino Merlot e se me ne dava un'altra bottiglietta, io la aprì e lo sorseggiai con gusto, c'era un sedile libero davanti a lei e mi sedetti, era sola, le altre hostess si riposavano in un'altro posto dell'aereo, le dissi se voleva farmi compagnia bevendo un goccetto anche lei, lo fece, cominciammo a conversare, io con il mio italiano mischiato all'inglese, lei con il suo francese mischiato all'italiano ma ci capivamo benissimo, c'era qualcosa che mi attraeva in lei e penso che anche a lei non dispiaceva la mia compagnia.
Conversammo per quasi tutta la notte, l'aereo andava e i passeggeri dormivano tranquilli, ogni tanto uno di loro, magari sonnambulo come noi, spostava un lembo della tendina chiedendo qualcosa da bere, lei mi guardava sorridendo come a scusarsi dell'intruso, si vedeva che le piaceva la mia compagnia, ma tutto si fermò li, era già mattino, le luci soffuse diventarono chiare e mi disse che dovevano servire la colazione  Parigi era vicina, tornai al mio posto e quando finirono di servire la colazione lei mi porto due bottigliette di Merlot a ricordo della notte passata insieme.
All'aeroporto di Parigi dovetti cambiare aereo che mi portava a Milano, al nuovo imbarco, com'era naturale che fosse, le due bottigliette di Merlot me le seguestrarono visto il divieto che ancora esiste di portare liquidi a bordo. Qualcun'altro brindò per me, a me restò solo il ricordo della notte in bianco passata con la mia meravigliosa hostess francese.

martedì 13 maggio 2025

                               A SILVANA 

Esattamente 24 anni fa cominciava la nostra storia, c'è mancato poco che tutto si fermasse sul nascere, ero confuso e non volevo approfittarmi della gentilezza con la quale avevi accettato la mia compagnia, avevo paura di illuderti, di farti del male.

Ma tu sei stata brava a trattare la situazione, mi hai detto: dai vediamoci ancora un pò, una volta o due alla settimana, non pretendo niente di più, poi vedremo. 

Fu la mia fortuna, giorno dopo giorno mi sono affezionato a te, per la tua semplicità, il tuo modo di pensare, il non essere mai invasiva, il rispettare la mia persona, il condividere la mia voglia di viaggiare, l'esserti attaccata alle mie figlie come fossero tue. Poi pian piano, giorno dopo giorno, quell'affetto si tramutava in amore, aspettavo con ansia il fine settimana, sentivo sempre più il bisogno averti accanto, tutt'ora metto il tuo cuscino al mio fianco nel letto in cui dormiamo quando sei con me, mi da sicurezza, nonostante gli anni che mi porto addosso, mi sento ringiovanire si, mi sto sempre di più innamorando di te.

giovedì 8 maggio 2025

                   A PAOLA

Era il ventisei ottobre settantuno
e il tuo visino si affacciava al mondo
fosti voluta e, mai una decisione,
fu così saggia dall'averti avuto.

Tu le somigli, anche se diversa
I tuoi capelli, non rossi come i suoi
gli scatti d'ira, quelli sono uguali
sempre a ragione, sempre a fin di bene.

Le tue telefonate giornaliere
mi fanno bene, sono un toccasana
senza di quelle, sarei ancor più solo
i miei pensieri andrebbero lontano.

La tua famiglia, si vivace e bella
tienila unità con l'amor di mamma
sii ancor più dolce, abbi ancor pazienza
che certo loro contracambieranno.

         I PENSIERI DI UN OTTANTENNE

I miei primi dieci anni sono stati quelli dell'ignoto, vedevo il mondo davanti a me che mi aspettava, ma non vedevo vie d'uscita, niente che mi indicava una via da percorrere, venivo da un mondo che viveva ancora di usanze medievali, in casa si cenava ancora alla luce di una candela ad olio lampante, niente elettricità.

Poi arrivarono i vent'anni, una strada l'avevo trovata, era una strada ferrata, solo un treno riuscì a strapparmi dal mondo arcaico vissuto fino ad allora, le mie prime letture, spinte dalla mia curiosità di conoscenza, mi portavano a scoprire il mondo, erano già i famosi anni sessanta, da lì a poco ci sarebbe stato il "sessantotto" e io mi ci tuffai con tutti gli entusiasmi di un ventenne.

  I trent'anni arrivarono in fretta, avevo trovato l'amore e, con una splendida creatura avevo messo su famiglia, proprio il sessantotto mi aveva portato in dono la prima figlia, il lavoro mi aveva introdotto in una società finalmente moderna e tutto il mio impegno fu per esso e la famiglia.

A quaranta anni mi sono sentito finalmente adulto, era già nata la mia seconda figlia, il lavoro e la vita familiare andava benissimo e molto tempo libero lo dedicavo, anche manualmente, alla costruzione della nuova abitazione.

Arrivato a cinquant'anni, nel giorno dei festeggiamenti in famiglia, annunciai che non avrei più compiuto anni, volevo fermare il tempo, ormai avevo tutto e volevo restare a cinquanta, cominciarono i primi viaggi per il mondo, ora quello volevo scoprire, le figlie erano già adulte, non venivano piu volentiere in vacanza con noi, ho detto loro: bene, voi andate dove volete e io e la mamma facciamo le vacanze da soli.

A sessant'anni fu la svolta triste della mia vita, due anni prima avevo perso l'amata compagna di vita, il male del secolo me l'aveva portata via dopo otto anni di lotte e terapie inutili, le sue ultime parole erano state: ora cosa farai senza di me, sei ancora giovane, vivi ancora la tua vita, fallo anche per me. E io sopravvissi, feci il primo viaggio senza di Lei con un amico, una mattina all'alba ero in una spiaggia della Tunisia, camminavo da solo con i miei pensieri, ad un tratto davanti a me vidi una coppia di anziani che camminavano sulla spiaggia tenendosi per mano, il mio pensiero era andato a Lei, perché non mi fu concesso d'invecchiare assieme? Mi sedetti su uno scoglio e piansi per almeno un'ora versando tutte le lacrime che fin'ora avevo trattenuto, tornai in albergo dove il mio amico mi aspettava preoccupato, piansi anche davanti a Lui e quel pianto liberatorio forse mi riportò in vita.

Poi arrivarono i settanta, qualche anno prima avevo incontrato il mio secondo angelo custode, una donna di qualche anno meno di me che aveva saputo comprendere il mio stato d'animo, mai un screzio con Lei, aveva fatto breccia anche nel cuore delle mie due figlie e le aveva subito amate come fossero sue, nel frattempo erano arrivati anche i miei tre nipoti, due ragazze e un ragazzo. Con la nuova compagna di vita avevamo ripreso a viaggiare per il mondo, Asia Europa, Americhe, Africa, usando aerei e navi da crociera, visitando centinaia di luoghi e città del mondo e conoscendo genti dalle diverse etnie.

Arrivato a ottant'anni, con pochi acciacchi e un cervello ancora in ordine, fatico a pensare che sono un vecchio signore, soddisfatto si della vita, ma con un pensiero fisso, arriverò a novant'anni?

lunedì 9 settembre 2019

ODIO I RAGAZZI

Si, li odio,
odio i ragazzi che si amano,
li odio quando si abbracciano,
quando si tengono per mano,
quando si baciano incuranti della gente.
Li odio quando tornano a casa sapendo di essere soli,
li odio quando fanno all'amore,
si, li odio, no anzi li invidio.
Si, li invidio.

mercoledì 3 maggio 2017

IL VIAGGIO DI COCA

           IL VIAGGIO DI COCA

Coca quel pomeriggio di fine primavera se ne stava buona in una scaffale di supermercato, era al fresco e per questo fu scelta dal giovane escursionista che stava per intraprendere una gita in montagna assieme a degli amici, prese con se Coca e si avventurò per il sentiero di montagna, strada facendo gli venne sete e prese Coca dallo zainetto, apri il tappo rosso che fungeva da copricapo e la bevve tutta d'un fiato, per abitudine rimise il tappo al suo posto e la richiuse bene, in città certo l'avrebbe gettata in un cestino per la raccolta differenziata e Coca sarebbe finita in un forno, fusa assieme ad altre bottigliette di plastica, per fare altri oggetti, ma così non fu.
 Antonio, che aveva seguito la scena, si accorse che al ragazzo era sfuggita di mano la bottiglietta, Coca era finita nel prato adiacente, una folata di vento l'aveva fatta volare lontano e il suo cane Black vedendola volare si era messo a rincorrerla credendo fosse un gioco, invano Antonio lo chiamò, ma lui ostinatamente seguiva Coca, non gli restava che rincorrere il cane e mettergli il guinzaglio per farlo tornare sui suoi passi, vicino c'era un ruscelletto e Coca vi finì dentro, la corrente era sostenuta e si allontanava velocemente, Black a quel punto si fermò e Antonio gli mise il guinzaglio per riportarlo a casa.
 La cosa certo sarebbe finita li, ma la notte Antonio fece uno strano sogno, rivide Coca che galleggiava nella corrente del ruscello e scendeva ripidamente verso valle, dopo un salto di una decina di metri il ruscello si gettava nel fiume formando una schiumosa cascatella, Coca vi finì dentro e per un po scomparve alla vista di Antonio, si avvicinò alla sponda del fiume per vedere, ma niente, Coca sembrava essere stata inghiottita dall'acqua, rimase un attimo a guardare e all'improvviso vide la testolina rossa affiorare in superficie, era lei, Coca, in ragazzo per fortuna aveva avvitato bene il tappo e, piena d'aria, galleggiava che era una bellezza. Per un attimo si fermò in un gorgo, poi spinta da un tronchetto galleggiante si allontanò seguendo la corrente verso valle.
 I sogni son duri a morire, a volte la mattina si dimenticano, ma ad Antonio la storia della bottiglietta piaceva, avrebbe voluto risognarla, ma era quasi impossibile che succedesse, non gli restava che seguirla con il pensiero e l'immaginazione.
 Ora la vedeva li, qualche chilometro a valle che galleggiava felice verso il mare, aveva piovuto e la corrente era impetuosa, ora c'era una cascatella, Coca cadeva giù e andava a fondo, riemergeva ma la risacca la riportava indietro sotto la cascata, si immergeva di nuovo e la risacca la riportava indietro, era stata li per giorni, forse una settimana, sempre lo stesso giro, fino a quando un ramo cadendo anche lui nella cascata non la travolse e se la trascinò con se, ma lei era più agile e si allontano più velocemente verso il suo destino.
 Un giorno Antonio camminando lungo il fiume, che nel frattempo, essendo già estate inoltrata, aveva diminuito la sua potenza, vide che in un'ansa si erano fermate detriti di ogni genere, erano immobili, puzzolenti chissà quando la corrente li avrebbe trascinati via, certo bisognava aspettare le piogge autunnali. Antonio pensò alla sua bottiglietta viaggiante, ora magari era ferma in un posto simile, in mezzo al marciume, ma lei era forte, nulla poteva nuocerle, era fatta di una sostanza inattaccabile dagli agenti atmosferici, dalle muffe, da batteri, da enzimi vari, solo il fuoco poteva trasformarla in un'altra materia, ma era in acqua, quindi salva.

 Certamente passarono alcuni mesi in quella posizione, poi arrivarono le piogge autunnali e il fiume comincio a scorrere ancora verso il mare, Antonio la vedeva correre, passare sotto i ponti delle ferrovie, le autostrade, correre verso il grande fiume, il Po che sonnecchiava tranquillo, certe imbarcazioni la sfioravano, lei si allontanava da loro con leggiadria, col suo cappellino rosso che attraeva gli uccelli, un giorno un gabbiano affamato la prese nel suo becco, era inseguito da un altro che voleva rubargliela e non si accorgeva che non era un pesce, volava in alto, da quella Posizione Coca vedeva la pianura che si estendeva sotto di lei, in lontananza si intravedeva una striscia azzurra, era enorme, certo non era un fiume, era qualcosa di immenso, si trattava del mare Adriatico, in quel momento il gabbiano accortosi che non era commestibile la mollò e cadde vorticosamente trascinata dal vento, ma finì sulla chiome di un albero che costeggiava il fiume e si fermò li, era autunno e solo la caduta delle foglie o una folata di vento l'avrebbe liberata.
 Invece fu la neve che la fece precipitare in acqua, erano passati due mesi e quella mattina di gennaio nevicò a dismisura, il ramo dove si era incagliata col peso della neve rovinò in acqua e coca fu libera di intraprendere il suo viaggio, il fiume era grande e Antonio nella sua immaginazione non la scorgeva più dall'argine, era quasi primavera, il fiume scorreva lentamente, lei ogni tanto si arenava in qualche spiaggetta e fu li che una Folaga in cerca di materiale galleggiante per costruire il suo nido, la prese forse attratta dal suo cappuccio rosso, la mise assieme a pezzetti di legna, foglie, paglia e piume e vi depositò tre belle uova da covare.
 Coca assistette alla nascita dei tre pulcini, per tutto il periodo della cova la folaga non abbandonò mai il nido, il maschio faceva la guardia e se qualche intruso si avvicinava erano guai, trenta giorni di cova e il primo pulcino con piccoli colpi di becco rompe il guscio, nel giro di un paio di giorni erano fuori e col becco aperto aspettavano mamma e papà che si davano il cambio a portare cibo. Coca era intrappolata senza scampo nel nido, assistette al primo salto nell'acqua dei pulcini che si misero a nuotare dietro la mamma, non tornarono più trascinati dalla corrente, rimase sola e intanto era arrivata l'estate e con essa anche la secca del fiume, dovette aspettare le prime piogge e una piena perché il nido venisse distrutto liberandola e riprendendo cosi il suo avventuroso viaggio verso la sua isola.
Dai Coca, muoviti, la navigazione sarà lunga per arrivare alla tua isola, (che poi isola non era, era un grande accumulo di materiale plastico che le correnti marine trascinano in mezzo all'oceano) pensò fra se e se Coca mente si  lasciava cullare a pelo d'acqua dalla corrente del Po, la foce era ormai vicina e se imbroccava il ramo giusto presto sarebbe arrivata in Adriatico, ci vollero parecchi un paio di mesi, e ora era in mare aperto, arrivò il signor inverno e con esso un forte vento di Grecale che soffia da nord ovest, bene pensò coca, se dura questo vento fra pochi giorni sarò nello Ionio, e così fu, le onde erano altissime, ad ogni ondata restava sommersa per ore, ma la tenuta stagna funzionava benissimo e ritornava a galla col suo cappuccio rosso che il ragazzo aveva stretto con forza, la tempesta durò molti giorni tanto che andò a sbattere su una costa frastagliata dell'isola greca di Corfù, l'impatto sulle rocce era forte e durò parecchi giorni, ma la sua solidità di plastica era a prova d'urto, niente poteva distruggerla. Intanto il vento era cambiato, ora soffiava da nord, era la Tramontana che la fece allontanare dalla costa e dirigersi verso sud, ogni tanto incrociava una nave, erano i traghetti che trasportano passeggeri e mezzi fra l'Italia e la Grecia, una volta rischiò di finire stritolata da un'elica ma riuscì per fortuna ad evitarla, ora navigava verso la Sicilia, il vento si era calmato ed era già primavera inoltrata, passato capo Passero finì arenata in una spiaggia nei pressi di Gela, per fortuna non era ancora estate, se no qualche bagno ecologico l'avrebbe raccolta e gettata in un sacco di plastica, ma così non fu, una folata di vento l'aveva trascinata ancora in acqua riprendendo la sua navigazione.

Nel Canale di Sicilia vivono anche balenottere che si spostano, attraverso lo stretto di Gibilterra, fra l'Atlantico e il Mediterraneo dove vanno per partorire i piccoli, un piccolo branco di queste ora era di ritorno nell'oceano, una di queste, scambiando Coca per un gambero, l'aveva inghiottita e ora Coca se ne stava nello stomaco della balena, per fortuna sono indigeribile pensò Coca, sapeva della storia di Pinocchio inghiottito da una balena, se ce l'ha fatta lui che era di legno, figuriamoci io che sono di plastica e quindi indistruttibile, certo qualche problemino la balenottera l'aveva avuto, ma Coca se ne stava tranquilla in un anfratto dello stomaco e aspettava con pazienza il giorno della sua fuoruscita assieme alle feci. Intanto la balenottera navigava verso lo stretto, ci impiegò diversi giorni ma ce la fece, ma Coca era ancora nello stomaco e viaggiava spedita verso i Caraibi dove era diretta la balena in cerca di acque calde, Coca penso di darsi una mossa, era stufa di stare li dentro, la mossa ebbe successo e Coca si ritrovò in acqua assieme a decine di kg di feci puzzolenti, si dette una scrollata e trasportata dalla corrente finì spiaggiata vicino ad una raffineria di petrolio non lontano dalla capitale L'Avana.


Guarda che incivili questi americani, penso il marinaio norvegese che passeggiava sulla spiaggetta adiacente il porto petrolifero, era arrivato il giorno prima con la petroliera che ora stava caricando il greggio, lui era imbarcato sulla nave come addetto alle apparecchiature elettroniche e aveva il giorno libero, aveva visto la bottiglietta sulla spiaggia e questo gli aveva dato fastidio, in Norvegia questo non sarebbe accaduto pensò, nel mio Paese si fa una stretta raccolta differenziata, ora che Gli USA avevano stretto rapporti commerciali con Cuba dopo oltre cinquant'anni di isolamento, si sono messi a sporcare le spiagge cubane, raccolse Coca e guardo bene il tappo rosso, era curioso sapere dove era stata prodotta, così pensò di poter risalire al maleducato che l'aveva gettata in mare, non si riusciva bene a leggere le sigle sul tappo, la mise nel suo zainetto e se la portò in cabina. 

Finito il pompaggio di greggio e chiuse tutte le paratie, la petroliera lasciò il porto cubano e si diresse verso il canale di Panama, infatti doveva attraversarlo per poi dirigersi in Giappone dove era stato destinato il carico, ci volevano un paio di giorni a raggiungerlo e altre 12 ore per attraversalo, Coca era finita incredula in un cassetto dell'armadietto del marinaio, preso dall'impegno della navigazione l'aveva quasi dimenticata, poi durante l'attraversamento del canale, approfittando del fatto che devono essere gli addetti al canale incaricati alla navigazione, il marinaio si ricordò di Coca, svitò il tappo rosso e si mise alla ricerca della sigla di provenienza, si leggeva poco, notò in fondo una sigla HEC e gli ultimi numeri 835, allora si mise al computer e cerco dove erano gli stabilimenti di imbottigliamento nel mondo, HEC era la sigla per quelli italiani, gli ultimi numeri non potevano che essere lo stabilimento di produzione, era Nogara, quindi il marinaio pensò che la bottiglietta fosse stata abbandonata in una di quelle valli o gettata in un fiume che le percorre, i fiumi era l'Adige, il Chiese, il Mella o l'Oglio, tirò ad indovinare e scelse quello al centro, non poteva che essere stata abbandonata nella Valle Trompia, a quel punto si fermò li, mise Coca ancora nel cassetto e sali nella cabina di comando perché la nave si accingeva a entrare nell'oceano Pacifico.

Coca rimase chiusa nel cassetto per almeno 15 giorni, poi il marinaio si accorse di lei e pensò: che ne faccio? la rimando da dove è venuta? mando un messaggio a chi la ritrova? o la butto nell' immondizia e quando arrivo in Giappone verrà riciclata?, scelse per il messaggio, voleva far sapere al mondo che era ora di finirla con la plastica errante, allora scrisse un messaggio con questo testo: Chiunque ritrova questo messaggio è pregato di fare in modo che questa bottiglietta venga rispedita in Val Trompia con la preghiera di affiggere il messaggio in una bacheca comunale ove tutti possono leggerla e cosi fare in modo che nessuno butti al vento involucri di plastica. Chiuse bene il tappo e gettò in pieno oceano Pacifico Coca. A questo punto Coca il suo cammino lo aveva già percorso quasi tutto, bastava lasciarsi trasportare dalle correnti che dalle isole Hawaii porta verso il nord fino al largo del Canada creando un vortice che gira fino all'Alaska, Cina e Giappone, ci vollero mesi o anni, ma Coca ora è intrappolata in mezzo a quell'Isola di Plastica, chiunque la trovasse, legga il messaggio scritto dal marinaio norvegese e porti Coca dal suo proprietario in Val Trompia.
F.D.G.


 
                                

mercoledì 28 dicembre 2016

A Marina


 

Anno da ricordare il sessantotto
son quarantanni, eppure sembra ieri
Tu ti affacciavi, al mondo speranzoso
di cambiar modo, vivere le genti.

Quel dì di marzo, era il giorno venti
e l’indomani era primavera
non per i fior sbocciati quel mattino
ma per la gioia averti generato.

Tua madre sì, Lei ti voleva bene
ricordo ancora, quando Tu tardavi
Lei alla finestra, senza mai dormire
rimproverare d’essermi assopito.

Ora Lei è là, ma ti segue ancora
e ti protegge come una bambina
solo una madre può donare tutto
un padre, ormai, può solo ricordare.