mercoledì 3 maggio 2017

IL VIAGGIO DI COCA

           IL VIAGGIO DI COCA

Coca quel pomeriggio di fine primavera se ne stava buona in una scaffale di supermercato, era al fresco e per questo fu scelta dal giovane escursionista che stava per intraprendere una gita in montagna assieme a degli amici, prese con se Coca e si avventurò per il sentiero di montagna, strada facendo gli venne sete e prese Coca dallo zainetto, apri il tappo rosso che fungeva da copricapo e la bevve tutta d'un fiato, per abitudine rimise il tappo al suo posto e la richiuse bene, in città certo l'avrebbe gettata in un cestino per la raccolta differenziata e Coca sarebbe finita in un forno, fusa assieme ad altre bottigliette di plastica, per fare altri oggetti, ma così non fu.
 Antonio, che aveva seguito la scena, si accorse che al ragazzo era sfuggita di mano la bottiglietta, Coca era finita nel prato adiacente, una folata di vento l'aveva fatta volare lontano e il suo cane Black vedendola volare si era messo a rincorrerla credendo fosse un gioco, invano Antonio lo chiamò, ma lui ostinatamente seguiva Coca, non gli restava che rincorrere il cane e mettergli il guinzaglio per farlo tornare sui suoi passi, vicino c'era un ruscelletto e Coca vi finì dentro, la corrente era sostenuta e si allontanava velocemente, Black a quel punto si fermò e Antonio gli mise il guinzaglio per riportarlo a casa.
 La cosa certo sarebbe finita li, ma la notte Antonio fece uno strano sogno, rivide Coca che galleggiava nella corrente del ruscello e scendeva ripidamente verso valle, dopo un salto di una decina di metri il ruscello si gettava nel fiume formando una schiumosa cascatella, Coca vi finì dentro e per un po scomparve alla vista di Antonio, si avvicinò alla sponda del fiume per vedere, ma niente, Coca sembrava essere stata inghiottita dall'acqua, rimase un attimo a guardare e all'improvviso vide la testolina rossa affiorare in superficie, era lei, Coca, in ragazzo per fortuna aveva avvitato bene il tappo e, piena d'aria, galleggiava che era una bellezza. Per un attimo si fermò in un gorgo, poi spinta da un tronchetto galleggiante si allontanò seguendo la corrente verso valle.
 I sogni son duri a morire, a volte la mattina si dimenticano, ma ad Antonio la storia della bottiglietta piaceva, avrebbe voluto risognarla, ma era quasi impossibile che succedesse, non gli restava che seguirla con il pensiero e l'immaginazione.
 Ora la vedeva li, qualche chilometro a valle che galleggiava felice verso il mare, aveva piovuto e la corrente era impetuosa, ora c'era una cascatella, Coca cadeva giù e andava a fondo, riemergeva ma la risacca la riportava indietro sotto la cascata, si immergeva di nuovo e la risacca la riportava indietro, era stata li per giorni, forse una settimana, sempre lo stesso giro, fino a quando un ramo cadendo anche lui nella cascata non la travolse e se la trascinò con se, ma lei era più agile e si allontano più velocemente verso il suo destino.
 Un giorno Antonio camminando lungo il fiume, che nel frattempo, essendo già estate inoltrata, aveva diminuito la sua potenza, vide che in un'ansa si erano fermate detriti di ogni genere, erano immobili, puzzolenti chissà quando la corrente li avrebbe trascinati via, certo bisognava aspettare le piogge autunnali. Antonio pensò alla sua bottiglietta viaggiante, ora magari era ferma in un posto simile, in mezzo al marciume, ma lei era forte, nulla poteva nuocerle, era fatta di una sostanza inattaccabile dagli agenti atmosferici, dalle muffe, da batteri, da enzimi vari, solo il fuoco poteva trasformarla in un'altra materia, ma era in acqua, quindi salva.

 Certamente passarono alcuni mesi in quella posizione, poi arrivarono le piogge autunnali e il fiume comincio a scorrere ancora verso il mare, Antonio la vedeva correre, passare sotto i ponti delle ferrovie, le autostrade, correre verso il grande fiume, il Po che sonnecchiava tranquillo, certe imbarcazioni la sfioravano, lei si allontanava da loro con leggiadria, col suo cappellino rosso che attraeva gli uccelli, un giorno un gabbiano affamato la prese nel suo becco, era inseguito da un altro che voleva rubargliela e non si accorgeva che non era un pesce, volava in alto, da quella Posizione Coca vedeva la pianura che si estendeva sotto di lei, in lontananza si intravedeva una striscia azzurra, era enorme, certo non era un fiume, era qualcosa di immenso, si trattava del mare Adriatico, in quel momento il gabbiano accortosi che non era commestibile la mollò e cadde vorticosamente trascinata dal vento, ma finì sulla chiome di un albero che costeggiava il fiume e si fermò li, era autunno e solo la caduta delle foglie o una folata di vento l'avrebbe liberata.
 Invece fu la neve che la fece precipitare in acqua, erano passati due mesi e quella mattina di gennaio nevicò a dismisura, il ramo dove si era incagliata col peso della neve rovinò in acqua e coca fu libera di intraprendere il suo viaggio, il fiume era grande e Antonio nella sua immaginazione non la scorgeva più dall'argine, era quasi primavera, il fiume scorreva lentamente, lei ogni tanto si arenava in qualche spiaggetta e fu li che una Folaga in cerca di materiale galleggiante per costruire il suo nido, la prese forse attratta dal suo cappuccio rosso, la mise assieme a pezzetti di legna, foglie, paglia e piume e vi depositò tre belle uova da covare.
 Coca assistette alla nascita dei tre pulcini, per tutto il periodo della cova la folaga non abbandonò mai il nido, il maschio faceva la guardia e se qualche intruso si avvicinava erano guai, trenta giorni di cova e il primo pulcino con piccoli colpi di becco rompe il guscio, nel giro di un paio di giorni erano fuori e col becco aperto aspettavano mamma e papà che si davano il cambio a portare cibo. Coca era intrappolata senza scampo nel nido, assistette al primo salto nell'acqua dei pulcini che si misero a nuotare dietro la mamma, non tornarono più trascinati dalla corrente, rimase sola e intanto era arrivata l'estate e con essa anche la secca del fiume, dovette aspettare le prime piogge e una piena perché il nido venisse distrutto liberandola e riprendendo cosi il suo avventuroso viaggio verso la sua isola.
Dai Coca, muoviti, la navigazione sarà lunga per arrivare alla tua isola, (che poi isola non era, era un grande accumulo di materiale plastico che le correnti marine trascinano in mezzo all'oceano) pensò fra se e se Coca mente si  lasciava cullare a pelo d'acqua dalla corrente del Po, la foce era ormai vicina e se imbroccava il ramo giusto presto sarebbe arrivata in Adriatico, ci vollero parecchi un paio di mesi, e ora era in mare aperto, arrivò il signor inverno e con esso un forte vento di Grecale che soffia da nord ovest, bene pensò coca, se dura questo vento fra pochi giorni sarò nello Ionio, e così fu, le onde erano altissime, ad ogni ondata restava sommersa per ore, ma la tenuta stagna funzionava benissimo e ritornava a galla col suo cappuccio rosso che il ragazzo aveva stretto con forza, la tempesta durò molti giorni tanto che andò a sbattere su una costa frastagliata dell'isola greca di Corfù, l'impatto sulle rocce era forte e durò parecchi giorni, ma la sua solidità di plastica era a prova d'urto, niente poteva distruggerla. Intanto il vento era cambiato, ora soffiava da nord, era la Tramontana che la fece allontanare dalla costa e dirigersi verso sud, ogni tanto incrociava una nave, erano i traghetti che trasportano passeggeri e mezzi fra l'Italia e la Grecia, una volta rischiò di finire stritolata da un'elica ma riuscì per fortuna ad evitarla, ora navigava verso la Sicilia, il vento si era calmato ed era già primavera inoltrata, passato capo Passero finì arenata in una spiaggia nei pressi di Gela, per fortuna non era ancora estate, se no qualche bagno ecologico l'avrebbe raccolta e gettata in un sacco di plastica, ma così non fu, una folata di vento l'aveva trascinata ancora in acqua riprendendo la sua navigazione.

Nel Canale di Sicilia vivono anche balenottere che si spostano, attraverso lo stretto di Gibilterra, fra l'Atlantico e il Mediterraneo dove vanno per partorire i piccoli, un piccolo branco di queste ora era di ritorno nell'oceano, una di queste, scambiando Coca per un gambero, l'aveva inghiottita e ora Coca se ne stava nello stomaco della balena, per fortuna sono indigeribile pensò Coca, sapeva della storia di Pinocchio inghiottito da una balena, se ce l'ha fatta lui che era di legno, figuriamoci io che sono di plastica e quindi indistruttibile, certo qualche problemino la balenottera l'aveva avuto, ma Coca se ne stava tranquilla in un anfratto dello stomaco e aspettava con pazienza il giorno della sua fuoruscita assieme alle feci. Intanto la balenottera navigava verso lo stretto, ci impiegò diversi giorni ma ce la fece, ma Coca era ancora nello stomaco e viaggiava spedita verso i Caraibi dove era diretta la balena in cerca di acque calde, Coca penso di darsi una mossa, era stufa di stare li dentro, la mossa ebbe successo e Coca si ritrovò in acqua assieme a decine di kg di feci puzzolenti, si dette una scrollata e trasportata dalla corrente finì spiaggiata vicino ad una raffineria di petrolio non lontano dalla capitale L'Avana.


Guarda che incivili questi americani, penso il marinaio norvegese che passeggiava sulla spiaggetta adiacente il porto petrolifero, era arrivato il giorno prima con la petroliera che ora stava caricando il greggio, lui era imbarcato sulla nave come addetto alle apparecchiature elettroniche e aveva il giorno libero, aveva visto la bottiglietta sulla spiaggia e questo gli aveva dato fastidio, in Norvegia questo non sarebbe accaduto pensò, nel mio Paese si fa una stretta raccolta differenziata, ora che Gli USA avevano stretto rapporti commerciali con Cuba dopo oltre cinquant'anni di isolamento, si sono messi a sporcare le spiagge cubane, raccolse Coca e guardo bene il tappo rosso, era curioso sapere dove era stata prodotta, così pensò di poter risalire al maleducato che l'aveva gettata in mare, non si riusciva bene a leggere le sigle sul tappo, la mise nel suo zainetto e se la portò in cabina. 

Finito il pompaggio di greggio e chiuse tutte le paratie, la petroliera lasciò il porto cubano e si diresse verso il canale di Panama, infatti doveva attraversarlo per poi dirigersi in Giappone dove era stato destinato il carico, ci volevano un paio di giorni a raggiungerlo e altre 12 ore per attraversalo, Coca era finita incredula in un cassetto dell'armadietto del marinaio, preso dall'impegno della navigazione l'aveva quasi dimenticata, poi durante l'attraversamento del canale, approfittando del fatto che devono essere gli addetti al canale incaricati alla navigazione, il marinaio si ricordò di Coca, svitò il tappo rosso e si mise alla ricerca della sigla di provenienza, si leggeva poco, notò in fondo una sigla HEC e gli ultimi numeri 835, allora si mise al computer e cerco dove erano gli stabilimenti di imbottigliamento nel mondo, HEC era la sigla per quelli italiani, gli ultimi numeri non potevano che essere lo stabilimento di produzione, era Nogara, quindi il marinaio pensò che la bottiglietta fosse stata abbandonata in una di quelle valli o gettata in un fiume che le percorre, i fiumi era l'Adige, il Chiese, il Mella o l'Oglio, tirò ad indovinare e scelse quello al centro, non poteva che essere stata abbandonata nella Valle Trompia, a quel punto si fermò li, mise Coca ancora nel cassetto e sali nella cabina di comando perché la nave si accingeva a entrare nell'oceano Pacifico.

Coca rimase chiusa nel cassetto per almeno 15 giorni, poi il marinaio si accorse di lei e pensò: che ne faccio? la rimando da dove è venuta? mando un messaggio a chi la ritrova? o la butto nell' immondizia e quando arrivo in Giappone verrà riciclata?, scelse per il messaggio, voleva far sapere al mondo che era ora di finirla con la plastica errante, allora scrisse un messaggio con questo testo: Chiunque ritrova questo messaggio è pregato di fare in modo che questa bottiglietta venga rispedita in Val Trompia con la preghiera di affiggere il messaggio in una bacheca comunale ove tutti possono leggerla e cosi fare in modo che nessuno butti al vento involucri di plastica. Chiuse bene il tappo e gettò in pieno oceano Pacifico Coca. A questo punto Coca il suo cammino lo aveva già percorso quasi tutto, bastava lasciarsi trasportare dalle correnti che dalle isole Hawaii porta verso il nord fino al largo del Canada creando un vortice che gira fino all'Alaska, Cina e Giappone, ci vollero mesi o anni, ma Coca ora è intrappolata in mezzo a quell'Isola di Plastica, chiunque la trovasse, legga il messaggio scritto dal marinaio norvegese e porti Coca dal suo proprietario in Val Trompia.
F.D.G.


 
                                

mercoledì 28 dicembre 2016

A Marina


 

Anno da ricordare il sessantotto
son quarantanni, eppure sembra ieri
Tu ti affacciavi, al mondo speranzoso
di cambiar modo, vivere le genti.

Quel dì di marzo, era il giorno venti
e l’indomani era primavera
non per i fior sbocciati quel mattino
ma per la gioia averti generato.

Tua madre sì, Lei ti voleva bene
ricordo ancora, quando Tu tardavi
Lei alla finestra, senza mai dormire
rimproverare d’essermi assopito.

Ora Lei è là, ma ti segue ancora
e ti protegge come una bambina
solo una madre può donare tutto
un padre, ormai, può solo ricordare.

venerdì 13 novembre 2015

Olmo e betulla

        OLMO E BETULLA                                                                              


  Olmo e Betulla si erano conosciuti da piccoli, l’età di noi umani quando andiamo per la prima volta all'asilo e non abbiamo ancora radici abbastanza solide conficcate su questa benedetta nostra terra.
  Li aveva fatti incontrare Giuseppe, il giardiniere della villa comunale del paese, vicino c’era un vecchio edificio abbandonato che un tempo era stata una filanda, il sindaco era riuscito ad espropriarla per allargare la villa e farne un parco giochi per i bambini del paese che nel frattempo si era allargato a dismisura.
  L’edificio era stato abbattuto e avevano salvato solo la ruota che si immergeva nel ruscello che passava di fianco alla fabbrica e che serviva per far girare gli ingranaggi delle macchine della filanda, questo era un sistema molto usato fin  dall'antichità, quando non avevano ancora inventato il motore a scoppio e l’elettricità.
  Giuseppe era stato incaricato di sistemare il terreno che si era liberato dai ruderi della casa e, proprio vicino alla ruota, (che nel frattempo avevano restaurato con l’intenzione di farla funzionare ancora, per far vedere ai bambini come si faceva a produrre energia dall'acqua, collegando gli ingranaggi ad una giostra) aveva pensato di piantare due alberi che crescendo, con la loro chioma, avrebbero fatto ombra alla giostra e aveva scelto Olmo e Betulla quando era andato dal vivaista.
  Olmo e Betulla, erano nati una mattina di primavera di tre anni prima, a dire il vero non erano nati lo stesso giorno, il vivaista non si era accorto, ma assieme ai semi di olmo si era intrufolato quel semino di betulla, chissà, forse portata dal vento o forse era stato il destino, fatto sta che, dopo alcuni giorni dalla nascita di  Olmo, il vivaista stava già togliendo il vasetto per sostituirlo, visto che tutti gli altri semi erano germogliati, ma nel muoverlo, la terra si scostò un pochino e Betulla apparve con la sua prima fogliolina, non si accorse che era diversa, perché le prime foglioline sono quasi tutte uguali nelle specie vegetali, quindi lasciò il vasetto al suo posto che era di fianco ad Olmo e lì crebbero insieme, fogliolina dopo fogliolina, in mezzo ad altri vasetti, a dire il vero Olmo dopo il primo anno, si era accorto della differenza delle foglie di Betulla e proprio per questo si era affezionato a Lei  più di tutte le altre piantine, era più esile e proprio per questo incuteva più tenerezza, l’aveva presa sotto la sua protezione, quando d’inverno soffiava il maestrale alla sua destra, con la sua piccola chioma cercava di proteggere Betulla che era alla sua sinistra o, l’estate quando il vivaista apriva il rubinetto per l’irrigazione a pioggia, Olmo si spostava un po’ per far arrivare le prime gocce d’acqua a Betulla per rinfrescarsi dopo un giorno di sole. Betulla si era accorta delle attenzione di Olmo e, ogni tanto, senza farsi accorgere, approfittando di qualche leggera brezza di vento, una sua fogliolina andava ad accarezzare un rametto di Olmo.
  Qui il destino per forza deve averci messo la mano, altrimenti Giuseppe come avrebbe fatto a scegliere proprio loro due? O  forse pensò di stupire i ragazzi che avrebbero frequentato la giostra, facendo crescere questi due alberi, leggermente diversi, a dimostrare che, anche se diversi si può crescere insieme in armonia dividendo lo stesso spazio, respirando la stessa aria, dividendo lo stesso cibo e bevendo la stessa acqua? Ecco, deve essere stato questo il motivo principale che ha spinto Giuseppe a sceglierli, infatti, scelse i due vasetti con Olmo e Betulla. Lei, quando Giuseppe prese per primo Olmo, per portarlo in macchina, si sentì disperata: e se non avesse preso anche Lei? Cosa avrebbe fatto  senza  di Lui? Invece lo vide avvicinarsi, chinarsi verso di Lei e sollevarla di scatto facendo ondeggiare le sue foglie, come capelli al vento di primavera, adesso era felice davvero.
  Lo spiazzo vicino alla ruota era grande, Giuseppe fece una sola buca nel terreno, abbastanza grande da farli stare assieme, ad una distanza di meno di un metro uno dall'altra, li sistemò per bene, mise del concime mescolato alla terra, innaffiò bene in modo che non avessero sofferto per il trapianto e tornò a casa.
  Adesso erano rimasti soli, fianco a fianco, non potevano far finta di ignorarsi come quando erano in mezzo a tutti gli altri, anche se nello spiazzo sembravano piccoli, erano cresciuti, adesso erano alti più di un metro, fu come se una brezza venisse da tramontana  e un’altra spirasse dalla parte opposta  di scirocco, le loro chiome si toccarono e, quello fu il primo vero contatto.
 
  Passarono i mesi e gli anni, adesso il parco era finito, la giostra l’avevano collegata alla ruota e, di domenica, Giuseppe apriva la chiusa che immetteva l’acqua nel canale che passava sotto la ruota, facendola girare dolcemente e, con essa girava la giostra che si riempiva di bambini, Olmo e Betulla erano felici, adesso erano grandi abbastanza, i loro rami cominciavano a sfiorarsi anche in assenza di vento, avevano ancora due chiome distinte una dall'altra, era estate inoltrata e i loro rami per quest’anno non sarebbero più cresciuti ma, la prossima primavera avrebbero dovuto decidere dove far crescere nuovi rami, lo spazio era quello che era e poi erano stati messi lì proprio per dividersi quello spazio.
  Ora era tornato l’inverno, era arrivata la prima neve e quella notte ne venne parecchia, arrivava quasi a coprire le panchine di legno dove nei giorni di sole venivano i bambini con i loro nonni, la giostra era chiusa con un tendone e si vedeva solo la cupola che aveva formato la neve come a proteggerla, Olmo e Betulla videro che anche sopra di loro di era formata come una cupola con la neve e si sentirono come protetti, come se stessero sotto lo stesso tetto.
  Quando arrivò la primavera e i primi germogli arano lì  per spuntare si accorsero che dove erano a fianco a fianco, non c’era più posto per altri germogli, erano abbastanza alti da vedere sotto di loro la cupola della giostra, e ad un tratto si ricordarono della neve che aveva formato un solo tetto sopra di loro e questo era stato anche utile, si erano sentiti protetti e pensarono: perché non creare una sola chioma come la cupola della giostra? Si sarebbero protetti dal sole nei giorni di calura, dalla pioggia quando pioveva per giorni interi, dalla neve come l’inverno scorso, ma come fare? Non c’era che un modo per farlo: ognuno dei due, doveva rinunciare a metà dello spazio a loro disposizione, non fu difficile realizzare questo, stavano crescendo assieme, bastava non emettere germogli nella parte in comune e rinforzare la parte esterna in modo da creare un ombrello ancora più grande.
   Adesso che sono passati parecchi anni dalla costruzione del parco giochi, i bambini di allora sono cresciuti, sono diventati nonni a loro volta e portano i loro nipotini sulla giostra che instancabile gira trainata dalla forza dell’acqua. Uno di loro si sofferma a guardare quello strano albero con due tronchi ed un sola chioma bicolore che è la meraviglia di tutto il paese, loro non sanno come sia potuto accadere, ma Lui sì e, lo spiega alla sua nipotina che si affaccia ora alla vita. Lui  ha visto crescere quello strano albero, Lui sa che ognuno dei due alberelli ha dovuto cedere metà spazio all'altro ed è stato possibile solo perché sono cresciuti assieme, anno dopo anno, ramo dopo ramo, foglia dopo foglia e, sa benissimo che se per caso uno dei due dovesse morire, l’altro non sopravvivrebbe.
F.D.G.



Il Sognatore

   Il  sognatore


 Erano gli anni cinquanta del novecento, quando quel bambino, in alcuni suoi versi, scriveva: “con gli occhi in su, vedevo da bambino, le prime scie dei jet solcare il cielo”, Lui in quel momento non poteva che sognare, i sogni non sono mai proibiti, potete privare della libertà fisica una persona, ma la sua mente è sempre libera, aveva undici o dodici anni allora, aveva fatto le elementari e nel paese in cui viveva non c’erano scuole medie, la famiglia non poteva permettersi di mandarlo a scuola in città, doveva fare due km di strada a piedi poi prendere il treno per portarlo  a dieci km di distanza a fare le scuole medie e poi c’era bisogno  del suo aiuto economico.
 Suo padre, una persona dolcissima, aveva già subito l’allontanamento di altri suoi due figli, il primo all’età di diciassette anni si era arruolato nella Marina Militare, aveva dovuto firmare Lui perché era minorenne, la speranza di una carriera militare per il figlio lo aveva convinto a farlo, ma quel figlio non era più tornato da Lui, due anni più tardi era  arrivato un telegramma: Tuo figlio, nel febbraio del 1943, mentre la sua nave si trovava nel porto di Palermo ed  era in libera uscita, veniva sorpreso da un bombardamento aereo ed era rimasto sepolto sotto le macerie di un edificio.
 Questo dramma aveva accompagnato l’esistenza del bambino sognatore, Lui aveva solo 2 anni e sua madre, per la perdita del figlio maggiore era come impazzita, rimproverava il marito di aver firmato per l’arruolamento del figlio, pensate il povero padre in che situazione si trovava.
 Poi anche il secondo figlio aveva deciso di andare via, aveva scelto di arruolarsi nella Guardia di Finanza, il bambino aveva cinque anni, quando quest’altro fratello era andato via, vedeva il padre, quando andava in posta a ritirare le lettere del figlio lontano, tornare con le lacrime agli occhi, da bambino non ci faceva caso ma, diventato grande aveva poi capito perché il padre aveva cercato di trattenere con sé il terzo figlio che era Lui, il sognatore.
 Infatti, finito le elementari gli aveva trovato un posto di lavoro presso uno zio benestante, lavoro nei campi, un lavoro che di solito facevano i grandi, ma lo zio del padre, avaro, per spendere di meno, aveva preso con se quel quasi ancora bambino, affidandogli i lavori nei campi con un mulo che serviva a tutto, da arare i campi, a trasportare le derrate nei raccolti, da far girare il torchio per la pigiatura dell’uva, a trasportare le merci al mercato e, per tre anni è vissuto in compagnia di quel mulo, tornando a casa la sera tardi.
 Quando aveva quindici anni, per fortuna aveva cambiato lavoro, un altro suo parente aveva un’impresa di costruzioni stradali, ed era stato assunto con l’incarico di caricare il camion di materiali, ancora non c’erano ne i ribaltabili ne le pale meccaniche, si faceva tutto a mano e con i badili, nel frattempo aveva quasi dimenticato come si fa a leggere e scrivere, è un’età brutta quella, se andava ancora così, sarebbe stata la sua fine, invece successe che al suo paese erano cominciate le scuole serali, Lui cosi affamato di cultura si era buttato in quell'impresa, per lui era  un divertimento andare a scuola la sera, dopo il lavoro, aveva fatto le medie in due anni, poi aveva frequentato altri due anni una scuola agraria, sempre con risultati sorprendenti, nel frattempo, il fratello che era nella Guardia di Finanza, per un trasferimento aveva lasciato a Lui una moto, con quella aveva assaporato la vera libertà di movimento, con gli amici scorazzavano per tutta la provincia e alla fine aveva fatto anche una scuola meccanica, dove a fine corso rilasciavano la patente di guida.
 Il bambino sognatore, a quel punto, non era più un bambino, il lavoro era saltuario, per averne uno bisognava avere sempre delle conoscenze, di ragazze non se ne parlava neanche, in quella provincia a quell'epoca, per avere una ragazza, ci si doveva per forza fidanzare regolarmente, poteva si conoscerne qualcuna ad una festa, potevano anche simpatizzare, ma per frequentarla doveva passare sempre attraverso il padre della ragazza e, uno spirito libero come Lui non poteva assoggettarsi a quella messa in scena.
 Erano intanto gli anni sessanta, un gran fermento, al nord c’erano possibilità enormi di trovare lavoro, i ragazzi lì non avevamo altra scelta, erano cinque amici, uno di loro aveva uno zio che diceva di avere un’impresa di costruzione (non era vero, faceva arrivare ragazzi dal sud e li mandava a lavorare in nero come manovali nelle imprese di costruzione, come vedete nulla è cambiato, solo che adesso la manovalanza arriva dai paesi extra comunitari).
 Partirono, immaginate il padre come era contento, eppure non gli ha impedito di partire, solo dopo ha immaginato le lacrime del padre, nel vedere le sue lettere, ma a vent'anni questo ancora non lo si sa, la voglia di fare altro, annebbia la coscienza, se poi pensate a quei sogni da bambino, a quella voglia di scoprire il mondo, a quelle scie di aerei supersonici, allora niente può fermarvi. Solo i soldi per il biglietto del treno, qualche spicciolo per un panino e per sopravvivere qualche giorno, trentasei ore di treno e arrivano a Milano, avevano il numero di telefono del famoso zio che doveva aspettarli, telefonano e non lo trovano, sapevano che la destinazione era Monza, prendono un  altro treno e arrivano in stazione a Monza, era sera, il Tizio non rispondeva al telefono, e allora, con le valigie di cartone in mano, si mettono alla ricerca di un alloggio, una pensione speravano di trovarla, il sognatore, con un altro, restano indietro, curioso come era sempre stato, si fermava a guardare la città ,i palazzi, i monumenti, gli altri tre erano davanti, loro chiedevano e tutti rispondevano che non avevano camere libere, hanno fatto il giro della città, i tre vanno dentro l’albergo Stazione e anche lì dicono che non hanno camere, quando arriva Lui con il suo compagno, non immaginano che i tre sono già entrati a chiedere, lascia la valigia fuori della porta ed entra, chiede in perfetto italiano: avete una camera per due persone? Il tizio al bancone quasi si fa in quattro per accompagnarli in camera, evidentemente il suo accento non meridionale, che non ha mai avuto, non sapeva come, (a volte si metteva con il giornale in mano e si inventava articoli che leggeva in perfetto italiano, destando stupore negli amici che lo ascoltavano, fino a quando cominciava a spararle grosse e si accorgevano che la sua fantasia era andata oltre) aveva fatto credere all'albergatore che non erano meridionali e solo per questo gli aveva dato la camera.
Si era accorto allora che c’era discriminazione verso i meridionali, venivano guardati come esseri inferiori, come adesso la maggior parte degli italiani fa con gli estracomunitari, allora gli stranieri erano i meridionali, bastava che venissero dall'oltrepò che erano stranieri, quelli che portavano via il lavoro e non si accorgevano che portavano ricchezza, esattamente come fanno adesso gli stranieri.
Di questo fatto si era accorto anche un certo sig. Bossi, un nullafacente, uno che si spacciava per medico, perché si vergognava di dire al padre che all'università non andava più, alla mattina si metteva il camice bianco e fingeva di andare all'ospedale a lavorare, si accorge che la gente comune non può soffrire i meridionali e cosa fa: si inventa un partito, la gente lo vota e Lui diventa senatore di quella Repubblica della cui bandiera dice di pulirsi il sedere, nel frattempo i meridionali cominciano a diventare veri cittadini che pagano le tasse, Lui ne sposa una , allora si inventa la protesta delle tasse, Roma ladrona, ma  Lui intanto è a Roma, con la sua “Armata Brancaleone” e allora si inventa la secessione, intanto tira avanti con i consensi, quando cominciano a calare si butta sugli stranieri estracomunitari, vedete le storia si ripete.
Il bambino sognatore e fra quelli che con il loro lavoro si sono fatti onore, sposa una del nord, mette su famiglia e il lavoro lo porta ad avere altri sogni, creare benessere per la famiglia i figli, a girare il mondo non ci pensa più, vacanze al mare con la famiglia, con i parenti, fino a quando le figlie ormai grandi non cominciano a dire: ma veramente io vorrei andare in vacanza con le amiche, io vorrei fare una vacanza studio in America, l’altra dice che vorrebbe approfondire il tedesco andando in Germania.
 Allora decide, voi in estate andate dove volete voi in vacanza ed io con la mamma andiamo in inverno a fare le nostre vacanze dove c’è il sole e così cominciano, prima cosa Canarie, l’anno dopo Thailandia, poi in un posto allora sconosciuto nella penisola del Sinai chiamato Sharm El Skeik, l’anno dopo vanno in Cina e avrebbero girato il mondo intero insieme, mettendo in pratica i sogni del bambino, adesso cresciuto, di girare il mondo, se nel frattempo non fosse successa la cosa peggiore che possa capitare ad un sognatore: la morte della donna dei suoi sogni, la sua adorata moglie.
Tragedia completa, neanche l’amore delle figlie può bastare, niente può prendere il posto della donna tua, va in vacanza in Tunisia con un amico, li fanno conoscenza con due amiche anche loro in vacanza come loro, una fa la soccorritrice volontaria sulle ambulanze per il 118 della sua città, lo convince a farlo anche a lui, e si butta in quella impresa che lo fa sentire vicino alle sofferenze altrui, Lui aveva visto in opera i soccorritori, quando per due volte li aveva chiamati per la sua donna, erano stati di una solerzia tale che ne era rimasto felicemente sorpreso.
Poi la vita prende il sopravvento, dopo una parentesi seguita ad un incontro con una donna della quale si era davvero innamorato, ed essersi accorto che non andava bene per lui, perchè stava cercando di farlo allontanare dalle figlie, la lascia e, finalmente incontra la sua attuale compagna, una donna dolcissima, con i suoi stessi interessi, non convivono stabilmente e questo rende più frizzante il loro rapporto, ama anche Lei i viaggi che hanno incominciato a fare insieme, partirono con una crociera sul Nilo, poi ancora Tunisia, Marocco, Spagna, crociere ai Caraibi, Messico, Florida, Cuba, Grecia, Malta, Libia, Cipro, poi ancora Egitto e per ultimo, in ordine di tempo, il Vietnam.
 Il resto alla prossima puntata. 


Luisa

                                    Il sogno di Luisa

Quella mattina Luisa si era svegliata molto presto, aveva fatto un brutto sogno: correva in una strada di campagna, una campagna non ben identificata, aveva delle stradine in terra battuta piene di polvere ed ai fianchi della stradina dove Lei correva c’erano dei campi di grano maturo pronti per essere mietuti, ed infatti quello che la faceva correre era un grosso marchingegno, Lei non poteva vederlo perché la nuvola di polvere che sollevava ne nascondeva le fattezze, ma doveva certamente essere una grossa mietitrebbia, Lei non lo sapeva e continuava a correre, ad un certo punto si apriva davanti a se un precipizio e Lei cadeva giù in una voragine che non finiva mai, terrorizzata dalla paura di schiantarsi al suolo cominciava ad agitare le braccia e con sorpresa, si accorgeva di poter volare, si volare come gli uccelli, poteva controllare la caduta , anzi sbattendo le braccia come fossero ali poteva dirigersi a destra o a sinistra, provava a sbatterle ancora più forte e riprendeva quota, risaliva la voragine, era sul campo di grano adesso, poteva vedere bene la mietitrebbia che era entrata nel campo e cominciava il suo lavoro, da un fianco usciva come un ruscello di grano biondo, come i suoi capelli che svolazzavano al vento, e si riversava in un altro mezzo che affiancava la trebbiatrice, era fantastico sotto di se aveva una sterminata pianura che alternava come una scacchiera quadri di terreno giallo dove erano mature le spighe di grano,altri quadri erano verdi, altri ancora scuri per il terreno appena arato. Adesso poteva volare anche senza battere le braccia, evidentemente era così in alto che un vortice di aria più calda la stava sollevando sempre più, in lontananza poteva vedere una massa più scura che si elevava dalla pianura, era una catena montuosa, decise di volare fino a raggiungerla però le cose sotto di se diventavano sempre più piccole, continuava a salire trascinata dal vortice, adesso poteva vedere sotto di sé le montagne ma non le distingueva più dalla pianura, andava sempre più in alto, ebbe paura, provò a virare verso terra ma non ci riusciva, ormai la terra la vedeva come una grossa sfera con gli orizzonti lontani. Oddio e se stava volando in cielo, se sfracellandosi al suolo era morta ed ora era solo un angioletto che volava verso il cielo, si sentiva come felice, in cielo forse avrebbe incontrato sua madre, che era morta qualche anno prima, questo pensiero la rendeva euforica, poterla riabbracciare, risentire il caldo affetto di quelle braccia, l’odore inconfondibile che emana una madre al contatto dei suoi cuccioli. Quante volte aveva desiderato farlo e, adesso si stava realizzando tutto? E, se invece in cielo gli angioletti non possono abbracciare nessuno?, se il loro compito lassù e solo quello di far felici gli altri e di non pensare a se stessi? Cominciò ad aver paura ancora, le prese una grande tristezza, pensò a suo padre che era l’unica cosa che le era rimasta sulla terra, l’unico che la sera le poteva dare il bacio prima di addormentarsi, no non poteva essere morta, non poteva, non poteva, non poteva, cominciava a battere le braccia, batteva, batteva, batteva,……..ed è così che si era svegliata quella mattina, tutta sudata, seduta sul letto che agitava le braccia, impaurita, delusa, ma, man mano che si risvegliava, felice di essere ancora nel suo letto.



La Visita


La visita

Eppure quella mattina Ernesto non si era svegliato di buon'umore, il pomeriggio aveva un appuntamento presso una clinica, voleva vedere a che punto era il suo nemico Elico, si Elico, il batterio che si era installato nelle sue mucose gastriche e, nonostante l'acidità che lo stomaco produce, Lui lì ci viveva benissimo, vi aveva messo casa e si era moltiplicato, proprio come la parola di Dio: "crescete e moltiplicatevi" e Lui si era moltiplicato al punto di provocare una gastrite cronica che non lasciava scampo ad Ernesto quando era in fase di digestione.
Ora era lì, in attesa di entrare nello studio medico a ritirare l'esito delle analisi fatte dopo una settimana di antibiotici per vedere di debellare questo benedetto Elicobatterio che tanto lo faceva soffrire, nella sala di attesa c'erano altre persone, ognuna con i propri pensieri, distrattamente Ernesto dà un'occhiata alla persona che gli stava di fronte, era una donna della sua stessa età circa, stava leggendo uno di quei giornaletti che si trovano nelle sale di attesa, potè soffermarsi a guardarla perché Lei era intenta alla lettura, stranamente era attratto da quella figura femminile, come se l'avesse già incontrata in qualche occasione, però non riusciva a ricordare dove e, quando ad un tratto la porta dello studio si era aperta e l'infermiera aveva chiamato il prossimo paziente: Contini Laura, si sono io dice la donna, si alza ed entra nello studio, a sentir pronunciare quel nome Ernesto ebbe un sobbalzo, oddio Laura, ecco perché quel viso mi ricordava qualcosa, il suo pensiero va a tanti anni addietro, una trentina forse, i banchi di scuola, quella ragazzetta che tanto lo aveva fatto penare, non che Lei avesse fatto qualcosa per farlo soffrire, no, non aveva fatto proprio niente, anzi era proprio per quello che Ernesto ne aveva sofferto, Lei proprio non lo degnava di attenzione, tutte le ragazzette erano sempre attorno al bello della classe, il solito odioso bullo che faceva divertire le ragazze, non come Lui che, se solo qualche ragazzina gli rivolgeva la parola, arrossiva come un peperoncino maturo al punto giusto.
 Quando Lei era uscita dallo studio medico, per un attimo i loro occhi si erano incrociati ed era scoccata come una scintilla, anche Lei si era ricordata di Lui, certo non aveva fatto fatica a riconoscerlo, dopotutto, a parte qualche capello in meno, Ernesto non era poi così cambiato, ma tu sei Ernesto dice la donna, certo dice Lui e tu sei Lauretta? si dice Lei, ma  come fai a ricordarti di me, se quando eravamo a scuola non mi degnavi mai di attenzione, in quel momento sente che lo chiamano per ritirare i referti, aspettami un momento, ti prego Lauretta, ho voglia di parlare un po con te, dopo tanti anni, non puoi mollarmi così, Lei restò sorpresa di tanta intraprendenza, ma non era un ragazzetto timido? pensò, si dai, ti aspetto vai pure.
Infatti Lei era ancora lì ad aspettarlo, insieme si erano diretti fuori dalla clinica chiacchierando, erano andati al parcheggio delle auto ed ad un tratto Lei gli dice: ma come fai a dire che non ti degnavo di attenzione se, quando cercavo di rivolgerti la parola scappavi come se avessi paura di me, lo sai che mi piacevi allora, a quel punto Ernesto arrossì come faceva da ragazzino, ero innamorato folle di te Laura, però ero troppo timido e credevo che tu non ti accorgevi neanche di me, ecco questa è la mia auto, sai abito appena fuori città, e tu?, io abito in centro, ma dai come abbiamo fatto a non incontrarci mai, però ci vedremo ancora vero Laura?, certo, dammi il tuo numero di cellulare, ti chiamo  io appena posso, andremo a berci un caffè insieme, va bene ci vediamo allora, aspetto una tua telefonata, ma...posso darti un bacino? certo che puoi, dice Lei, ho aspettato per trentanni questo momento.
Ernesto vide Laura che si allontanava con la sua auto, entrò in macchina e, come faceva di solito, aprì la busta per leggere il risultato delle analisi.
Elicobatteri Pilori=====  Assente.
Aveva vinto la sua battaglia con Elico, adesso però si era insinuato in Lui un altro batterio, si chiamava Laura.


La crociera

                                          La crociera

A dire il vero, quella volta Gianni non aveva così tanta voglia di partire, quella crociera l’aveva prenotata più di tre mesi prima e, in quei tre mesi era successo il patatrac, non è che con Patrizia le cose andassero poi tanto bene, le continue litigate per un nonnulla, avevano logorato il loro rapporto e quel viaggio lo aveva proposto proprio per cercare di ristabilire un po’ di intimità che pian piano si stava affievolendo. Però dopo l’ennesima sfuriata di Lei, Gianni non c’è l’aveva più fatta, l’aveva accompagnata davanti la sua casa, aveva aperto la portiera dell’auto e le aveva detto con tono deciso: scendi, fra noi è finito tutto, non voglio più neanche sentir parlare di Te, abbiamo buttato tre anni della nostra vita e spero di non rincontrarti mai più sulla mia strada, Lei aveva capito subito che faceva sul serio, infatti quel tono di voce non glielo aveva mai sentito e per questo non lo aveva più cercato, evidentemente anche Lei era stufa di quel rapporto.
 E adesso che faccio con la crociera prenotata per due persone, pensava Gianni, certo potrei dirlo al mio amico Angelo, quello che ogni volta che gli dico che vado a fare un viaggio mi dice: “ma ti porti il lavoro da casa, o vai in cerca sul posto” (di dolce compagnia) Lui verrebbe, il “lavoro” lo troveremmo a bordo, ma a me non va, chissà come mi tirerebbe in giro, certo potrei anche disdire la prenotazione, ma a pochi giorni dalla partenza, perderei tutti i soldi, visto che ho già pagato.
 Così era arrivato alla vigilia, la valigia era già pronta, aveva messo la sveglia alle tre, il tempo di arrivare in aeroporto a Malpensa, alle sei e trenta aveva l’imbarco per Parigi e da lì con volo Air France , destinazione Miami, dove era previsto l’imbarco sulla nave da crociera  “Costa Mediterranea” alla volta del golfo del Messico e mar dei Carabi.

 Il primo imbarazzo Gianni lo ebbe nel salire a bordo, dovete sapere che è consuetudine  che ti accolgono a bordo un ragazzo ed una ragazza dell’equipaggio, vestiti in uniforme di marinaio per la foto ricordo, loro aspettavano la compagna di viaggio e, visto che non arrivava, hanno capito accogliendolo con un sorriso caritatevole.
Già, la nave va, con tutto il suo carico di feste, divertimenti, amori, gelosie, rancori e.....tristezze.  Si anche quelle, Gianni non era al massimo della felicità, il fatto di trovarsi solo in cabina, lui che era abituato alla compagnia della sua donna, non sapeva come comportarsi, la sera della partenza della nave, si era recato al ristorante per la cena, naturalmente al tavolo di sei persone, a Lui avevano riservato due posti, e ai commensali aveva detto che la sua compagna era indisposta e sarebbe rimasta in cabina, finita la cena aveva fatto un giro per la nave per prendere conoscenza dei posti e più tardi si era recato in teatro dove spiegavano le varie tappe che la nave avrebbe fatto con le escursioni possibili.
La mattina dopo, il primo approdo era stato quello di Key West, una bellissima isola al largo della Florida, aveva fatto colazione al ristorante buffet da solo, cosi da non dover prendere delle scuse per la sua solitudine, poi era sbarcato, aveva preso un bus navetta per la città, una città protesa sul mare, aveva visitato anche la casa dove ha vissuto Hemigway e dove ha scritto il suo libro "Il vecchio e il mare" e aveva capito come mai si era fermato a lungo a vivere in quell'isola. Verso mezzogiorno aveva deciso di rientrare in porto e mentre aspettava il bus navetta, notò una bellissima donna con un bambino di una decina di anni che, anche loro, aspettavano il bus, infatti anche loro salirono e Gianni si sedette proprio dietro della donna, notò che aveva i capelli biondi legati con un fermaglio e lasciavano scoperta la nuca e le orecchie dove dai lobi, pendevano due orecchini formati da due cerchi concentrici. Arrivati al porto tutti si incamminarono verso l'imbarco della nave, la donna mentre prendeva dallo zainetto i documenti, si lasciò sfuggire di mano un pacchetto, conteneva certo un giocattolo acquistato per il ragazzo, perché egli si stava chinando per raccoglierlo, ma Gianni fu più svelto di Lui e lo porse alla donna, che ringraziò con un sorriso.
 La sera Gianni non aveva voglia di mettersi al tavolo assegnato del ristorante, così preferì andare al buffet libero, prese un vassoio e si mise in fila per servirsi da solo, prese un pezzo di pizza, due filetti di pesce ai ferri, un po di verdura, e si mise in cerca di un tavolo libero, il suo occhio lungo vide la famosa nuca del bus, il bambino era alle prese con quattro pezzetti di pizza e in quel tavolo da quattro c'erano due posti liberi, si avvicinò e guardando negli occhi la donna chiese se poteva accomodarsi li vicino, la donna lo accolse con un grande sorriso  anche perché si era ricordata di Lui, mangiarono allegramente , parlarono del primo giorno di crociera, dell'isola visitata e di quale escursione prenotare, una volta arrivati in Messico, dopo due giorni di navigazione, Lui tirò fuori il programma e decisero di prenotare l'escursione a Chichen-Itza, andarono insieme a prenotarla nel box delle escursioni, ormai erano diventati amici, il ragazzo era simpatico, ogni tanto si assentava per girovagare li vicino, mentre loro si erano seduti al bar per prendersi un caffè, in un palchetto c'era un'orchestrina che suonava, la gente ballava in mezzo alla sala e la nave andava.................
Mentre navigavano verso il Messico, Gianni era felicemente sorpreso, da come era stato facile fare amicizia con una compagna di viaggio, la sera prima dell'arrivo a Merida Progreso in Messico, mentre erano seduti a chiacchierare in un salottino della nave, Erica, così si chiamava la donna, leggendo il giornale di bordo con le varie iniziative, chiama il figlio, indicandogli che era a disposizione il club giovani dove i ragazzi erano accuditi e intrattenuti con varie iniziative di giochi di gruppo, il ragazzo accettò felice di partecipare a tale club e decisero di andarlo ad iscrivere quella sera stessa.
L'escursione a Chichen-Itza durò tutto il giorno, Gianni aveva scelto proprio quella crociera, perché voleva andare a visitare quella località dei Maya, aveva letto molto di quella cultura, ma non era mai stato in Messico, Cristian (cosi si chiamava il ragazzo) era entusiasta di conoscere quei posti, erano perfino andati assieme sulla piramide Maya, salendo tutto d'un fiato i gradini che portano alla sommità, da dove si ammirava l'estesa pianura dove sorgevano i villaggi, ora coperti di vegetazione.
Il rientro in nave era stato a sera inoltrata, il tempo di una doccia e subito in sala ristorante, dove nel frattempo il Maitre li aveva messi tutti e tre in un tavolo, il ragazzo aveva fretta di mangiare perché aveva deciso di andare al suo club dove sarebbe stato trattenuto fino a mezzanotte, loro due si erano diretti al bar per il solito caffè, l'orchestrina suonava un lento, Gianni aveva preso una mano ad Erica e, alzandosi dalla poltroncina l'aveva invitata a ballare, il lento sapete, invoglia la vicinanza corporea e Lei aveva aderito al corpo di Gianni, come se fosse una cosa consueta, era la prima volta che si toccavano, il viso di Gianni era vicino all'orecchio di Erica, Lei sentiva il suo fiato sul collo e ad un tratto sentì anche una flebile voce che diceva: andiamo nella mia cabina? Lei non rispose ma, dopo che il ballo era finito, si lascio condurre verso l'ascensore che li avrebbe portati verso il paradiso, in quel caso il paradiso era al ponte 8, cabina 8158.